Ci sono coppie che conoscono perfettamente gli orari reciproci, il modo in cui l’altro prende il caffè, le incombenze della giornata e persino le password del telefono. Eppure, davanti alla domanda «Come stai davvero?», può aprirsi un silenzio enorme.

La vicinanza fisica, da sola, non garantisce quella particolare forma di sicurezza che ci permette di abbassare le difese e lasciarci vedere.

L’intimità non dipende soltanto da quanto sappiamo dell’altro, ma da ciò che accade quando l’altro ci affida qualcosa di sé.

Essere conosciuti non basta

Possiamo raccontare molto della nostra vita, delle esperienze, dei fatti accaduti e delle nostre riflessioni, senza rivelare ciò che ci attraversa davvero: ciò che sentiamo, le nostre emozioni, le nostre paure. Possiamo parlare a lungo e restare, comunque, protetti dietro un ruolo: quello della persona forte, accomodante, sempre positiva, che non chiede e non pesa mai.

La ricerca psicologica descrive l’intimità come un processo relazionale: una persona si apre e l’altra risponde in un modo che la fa sentire compresa, accolta e importante. Gli studi sull’intimità interpersonale mostrano, infatti, che la condivisione emotiva e la percezione di una risposta sensibile da parte dell’altro contribuiscono entrambe al senso di vicinanza.

Essere conosciuti, quindi, non basta: abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti.

Quando non dobbiamo essere sempre forti

Confidarsi con qualcuno raramente significa cercare una soluzione. Spesso abbiamo bisogno che qualcuno resti abbastanza vicino da non farci sentire soli dentro ciò che proviamo.

«Sei forte, ce la farai» è certamente una frase che può nascere dalle migliori intenzioni e, tuttavia, arrivare come un nuovo invito a cavarsela da soli. Potremmo iniziare domandando, ad esempio: «Vuoi che ti ascolti o preferisci che cerchiamo insieme una soluzione?».

Essere presenti non significa avere sempre le parole giuste, né riuscire a togliere all’altro il dolore. Significa, prima di tutto, non sminuirlo, non trasformarlo immediatamente in un problema da correggere e non allontanarsi soltanto perché ciò che l’altro porta è scomodo da sostenere.

Non possiamo pensare di salvare gli altri.

Possiamo, tuttavia, stare accanto all’altro nelle sue emozioni, anche ammettendo di non poter fare nulla per alleviarle. A volte è sufficiente esserci: come portare in due un peso, almeno per un po’.

Una relazione capace di attraversare il conflitto

Quando arrivano rabbia, delusione e conflitto, anche in questo caso possiamo distinguere la vera intimità da quella di facciata.

In una relazione emotivamente sicura si può essere in disaccordo senza temere che ogni conflitto metta in discussione il legame. Ci si può prendere una pausa per ritrovare la calma, ma senza usare il silenzio come punizione. Si può dire di essere feriti senza umiliare, minacciare o utilizzare contro l’altro ciò che ci aveva confidato in un momento di fragilità.

Una relazione intima non è una relazione senza fratture. È una relazione nella quale le fratture vengono riconosciute, ciascuno si assume la propria parte di responsabilità e, soprattutto, si prova a riparare.

Intimità non significa fusione

Sentirsi al sicuro con qualcuno non vuol dire dovergli raccontare tutto, rinunciare alla propria riservatezza o renderlo responsabile di ogni nostro stato emotivo. E non significa neppure essere sempre disponibili, senza limiti, per sostenere l’altro.

Il partner non è un terapeuta, né un contenitore inesauribile. Può accogliere, accompagnare e offrire sostegno, ma non può sostituirsi al lavoro personale che ciascuno è chiamato a fare su di sé.

L’intimità adulta è reciproca: permette di chiedere aiuto e anche di ricevere un no; lascia spazio alla vulnerabilità di entrambi; non assegna a uno il ruolo di chi crolla e all’altro quello di chi deve reggere sempre.

La libertà e i confini sono gli ingredienti che rendono vera e autentica la vicinanza.

Quando lasciarsi vedere fa paura

Mostrarsi non è semplice per tutti.

Chi ha imparato presto che i propri bisogni erano eccessivi, fastidiosi o pericolosi può essersi abituato a non chiedere nulla.

Altri, al contrario, possono cercare continue rassicurazioni o tentare di controllare la relazione per paura di perderla.

Sono modi diversi di proteggersi: strategie nate, spesso, molto prima del rapporto attuale e che continuano ad attivarsi anche quando non sono più necessarie. Riconoscerle permette di smettere di leggerle soltanto come freddezza, dipendenza o mancanza d’amore e di iniziare a comprenderne l’originaria funzione adattiva.

Fermiamoci e chiediamoci: «Che cosa temo potrebbe accadere se mi rivelassi all’altro nelle mie fragilità umane?».

La risposta può diventare un valido punto di partenza per un lavoro su di noi.

La vicinanza si costruisce nelle piccole risposte

L’intimità cresce in gesti spesso poco spettacolari:

  • ricordare una frase pronunciata quasi di sfuggita;
  • chiedere di cosa l’altro abbia bisogno prima di intervenire;
  • rispettare un limite;
  • tornare su una conversazione rimasta sospesa;
  • chiedere scusa senza aggiungere subito un «ma»;
  • custodire ciò che ci è stato affidato.

L’intimità richiede attenzione, curiosità e la disponibilità a tornare nella relazione quando qualcosa si è incrinato.

A questo punto, una domanda da porci potrebbe essere:

«Quanto posso essere autentico in questa relazione senza temere di venire svalutato, abbandonato o punito?».

E, a seguire:

«Quando mi sento in grado di offrire la stessa sicurezza all’altro?».

Perché la vera intimità consiste nel creare, insieme, un luogo nel quale nessuno dei due debba scomparire per potersi sentire al sicuro.


Dott.ssa Lisa Colasuonno
Psicoterapeuta · EMDR Practitioner