Può accadere di sentirsi intensamente attratti da una persona che alterna vicinanza e distanza, presenza e silenzio, rassicurazioni e improvvise chiusure.

Ogni suo messaggio ci solleva, mentre quando si allontana entriamo in allarme. Restiamo in attesa, cerchiamo segnali, rileggiamo conversazioni e proviamo a comprendere che cosa sia cambiato.

Quell’agitazione può essere scambiata per passione, ma non sempre ciò che ci emoziona profondamente ci sta facendo bene.

Ciò che chiamiamo “chimica” in realtà spesso è il riconoscimento di qualcosa che il nostro sistema emotivo ha già incontrato molto tempo prima.

Ciò che conosciamo può sembrarci casa

Durante l’infanzia impariamo che cosa aspettarci dalla vicinanza attraverso le persone che si prendono cura di noi.

Se l’affetto è stato imprevedibile, se abbiamo dovuto intuire l’umore degli adulti prima di esprimere un bisogno o se abbiamo ricevuto attenzione soprattutto quando eravamo bravi, accomodanti o poco esigenti, possiamo aver costruito una particolare idea dell’amore.

Potremmo aver imparato, ad esempio, che la vicinanza può scomparire da un momento all’altro e che, quindi, dobbiamo fare qualcosa per riconquistarla…o quantomeno cercare di trattenerla quanto più possibile.

Non si tratta, naturalmente, di convinzioni scelte consapevolmente, ma di mappe relazionali silenziose, nate per aiutarci a orientarci nei legami importanti della nostra infanzia, e stabilizzatesi nel tempo.

Il problema nasce quando continuiamo a utilizzare quelle stesse mappe anche nel presente, nonostante noi siamo cambiati, e con noi i nostri bisogni, le nostre necessità ed anche le nostre risorse.

Quando l’incertezza sembra intensità

Una persona presente, chiara e costante può sembrarci inizialmente poco coinvolgente: non ci costringe a interrogarci continuamente, non ci tiene in sospeso e non ci fa vivere il sollievo del riavvicinamento dopo la paura di averla perduta.

Al contrario, chi alterna calore e freddezza può accendere emozioni molto forti, magari una chiara sensazione di “innamoramento”.

Un messaggio ricevuto dopo giorni di silenzio assume un valore enorme, una promessa dopo una lite riaccende la speranza. Un gesto tenero dopo un rifiuto sembra dimostrare che, se sapremo aspettare abbastanza, qualcosa finalmente cambierà.

Non basta, tuttavia, parlare semplicemente di “dipendenza dalla dopamina”. In quella continua attesa entrano anche i nostri ricordi, le aspettative apprese e il desiderio profondo di ottenere, questa volta, un esito diverso.

Non scegliamo consapevolmente di soffrire

Riconoscere questo meccanismo non significa affermare che chi ha vissuto un’infanzia difficile sia destinato a scegliere relazioni dolorose, né è necessario colpevolizzarsi per essere rimasti in un legame incoerente.

Restiamo perché quella relazione riattiva una speranza conosciuta: riuscire finalmente a farci scegliere da qualcuno che non riesce a esserci davvero. Se l’altro cambiasse, se restasse, se riconoscesse il nostro valore, forse anche la ferita originaria sembrerebbe meno dolorosa. Il problema vero è che non accade quasi mai, e quando accade non si dimostra mai in grado di appagare il nostro antico bisogno profondo.

La verità è che l’amore adulto non dovrebbe richiederci di dimostrare continuamente di essere abbastanza.

Una relazione sicura, inoltre, non fa rima con l’intermittenza.

La sicurezza si costruisce nella continuità, nella possibilità di esprimere un bisogno senza temere una punizione e nella capacità di attraversare la distanza senza sentirci ogni volta abbandonati.

Imparare a riconoscere una sicurezza nuova

Uscire da questi copioni non significa scegliere relazioni prive di emozione o accontentarsi di un legame che non desideriamo.

Significa imparare a distinguere l’intensità dall’intimità, l’attesa dal desiderio e il sollievo dalla sicurezza.

All’inizio, una presenza stabile può perfino sembrarci estranea. Se siamo abituati a dover inseguire l’altro, non doverlo fare può lasciarci disorientati. La calma può essere scambiata per noia semplicemente perché non abbiamo ancora imparato ad abitarla.

Possiamo, allora, fermarci e domandarci:

«Questa persona mi piace o mi tiene costantemente in allarme?».

E ancora:

«Con lei posso essere me stesso o sento di dover conquistare ogni volta il diritto di essere amato?».

Queste domande non servono a giudicare ciò che proviamo, ma a comprendere meglio noi stessi, i nostri schemi acquisiti che orientano le nostre relazioni.

Non sempre la familiarità coincide necessariamente con la sicurezza. Può capitare che ciò che ci sembra casa sia soltanto il luogo nel quale abbiamo imparato ad aspettare che qualcuno, prima o poi, restasse.

Crescere significa anche costruire una nuova idea di casa: un luogo nel quale non sia necessario sentirsi piccoli e insicuri per riconoscere l’amore.


Dott.ssa Lisa Colasuonno
Psicoterapeuta · EMDR Practitioner