I bambini sono osservatori finissimi. Contrariamente a quanto possa ritenersi comunemente, i bambini sembrano capaci di leggere l’aria.

Capiscono come sta la mamma (consideriamo lei ma vale ugualmente per i papà) dal modo in cui apre la porta, appoggia le chiavi o pronuncia quel rassicurante «non è niente» che, evidentemente, qualcosa nasconde.

La osservano, diventano più silenziosi, rimandano una richiesta, cercano di non farla arrabbiare. Qualche volta le portano un bicchiere d’acqua, la abbracciano o provano a farla sorridere.

«È così sensibile» dicono gli adulti, con gli occhi carichi di ammirazione e tenerezza.

La sensibilità può esserci, non è in dubbio questo. A volte, tuttavia, dietro quella premura non c’è soltanto empatia, ma un bambino che ha iniziato a sentirsi responsabile dello stato emotivo dell’adulto dal quale dipende.

La sensibilità che diventa vigilanza

I bambini osservano molto più di quanto sappiano spiegare. Questo contrasta con ciò che comunemente si sente al loro riguardo: «Tanto non capisce, è piccolo».

I bambini si accorgono della nostra stanchezza, delle preoccupazioni, dei silenzi e della tensione che tentiamo di nascondere. Non possiedono ancora gli strumenti necessari per comprendere la complessità della vita adulta, ma ne percepiscono chiaramente gli effetti, a livello emotivo e somatico.

Quando una madre appare spesso sopraffatta, fragile o sola, il figlio può iniziare a controllarne l’umore per capire se sia ancora sufficientemente disponibile a proteggerlo.

Non è necessario che gli venga chiesto esplicitamente di occuparsi di lei. Può essere sufficiente che il bambino senta che la propria rabbia la ferisce, che le sue richieste la affaticano o che allontanarsi da lei la rende triste. Imparerà, allora, a chiedere meno, ad adattarsi e a diventare molto molto bravo e buono.

«Non devo darle altri problemi».

«Se io sto tranquillo, lei starà meglio».

«Non posso lasciarla sola».

Questi pensieri raramente vengono espressi a parole, ma si concretizzano nella relazione.

Quando la cura cambia direzione

Tutti possediamo un sistema motivazionale dell’accudimento, che ci spinge a proteggere chi percepiamo fragile o in difficoltà.

Anche un bambino può desiderare di consolare la propria mamma. Può abbracciarla quando piange, portarle un disegno o chiederle se sia triste. Questa reciprocità affettiva è naturale e preziosa.

Il problema non è che un bambino si prenda cura, qualche volta, della persona che ama; il problema è quando sente di non poter smettere di farlo.

Un bambino che porta alla mamma una coperta e poi torna serenamente a giocare sta esprimendo affetto. Un bambino che rimane accanto a lei finché non la vede sorridere può aver iniziato a pensare che il benessere della madre dipenda da lui.

La differenza non è nel gesto, ma nella responsabilità che il bambino sente di avere.

Quando questa responsabilità diventa costante o frequente, la direzione della cura rischia di invertirsi: non è più soltanto il genitore a rappresentare una base sicura per il figlio, ma è il figlio che prova a diventare la base sicura del genitore.

Il bambino che non può distrarsi

L’infanzia dovrebbe contenere anche una certa dose di leggerezza. Un bambino ha bisogno di giocare, esplorare, litigare con un amico, annoiarsi, sbagliare e chiedere aiuto. Ha bisogno di allontanarsi sapendo di poter tornare, di protestare senza temere di distruggere chi gli sta accanto e di essere consolato senza dover prima consolare.

Quando, invece, è impegnato a controllare lo stato emotivo della madre, una parte importante delle sue energie resta rivolta all’adulto.

Può diventare responsabile, autonomo e particolarmente attento ai bisogni degli altri. Qualità molto apprezzate, soprattutto in un bambino, perché affaticano molto meno il genitore. Eppure, sotto quella maturità, possono restare celati tanti bisogni che non hanno trovato accoglimento.

Il bambino troppo premuroso potrebbe aver imparato che essere amato significa essere utile, che avere un bisogno rappresenta portare un peso agli adulti, che stare bene mentre la mamma soffre è quasi una colpa.

Il sistema dell’accudimento finisce così per occupare uno spazio molto ampio. Uno spazio che, in quel momento della vita, dovrebbe essere disponibile anche per l’esplorazione, il gioco, l’apprendimento, la relazione con i coetanei e la costruzione dell’autonomia.

Una madre deve stare sempre bene?

Prendersi cura di sé non significa essere sempre serene, efficienti e perfettamente regolate.

Una madre può piangere davanti al proprio figlio. Può essere stanca, attraversare un lutto, vivere un momento di paura o ammettere di non avere una risposta. Nascondere ogni emozione non rende necessariamente un bambino più sicuro.

Ciò che lo rassicura è sentire che quell’emozione appartiene all’adulto e che esistono risorse adulte in grado di sostenerla.

«Oggi sono triste e forse mi vedrai piangere. Non è colpa tua e non devi farmi stare meglio. Me ne sto occupando io».

In questo modo restituiamo un confine al bambino e gli mostriamo che la fragilità può esistere senza tuttavia lasciarlo entrare nei dettagli della stessa.

Così facendo non trasformeremo il bambino nel nostro confidente, nel nostro consolatore o nella ragione per la quale dobbiamo continuare a vivere.

Prendersi cura di sé, dunque, non coincide necessariamente con una giornata alla spa o con un po’ di tempo libero. Molto più di frequente significa riconoscere di avere bisogno di aiuto, curare la propria salute fisica e psicologica, proteggere il sonno, coltivare relazioni adulte e smettere di affidare a un figlio ciò che dovrebbe essere condiviso con un partner, un’amica, un familiare o un professionista.

I pesi degli adulti sono troppo grandi per le piccole spalle dei bambini.

Non è un’altra colpa da consegnare alle madri

Alle madri viene chiesto molto, troppo a volte.

Prima viene insegnato loro che amare significa sacrificarsi completamente. Poi, quando sono stanche, irritabili o sopraffatte, vengono accusate di non essere abbastanza presenti.

È anche vero che prendersi cura di sé non può diventare l’ennesimo compito da svolgere perfettamente per essere considerate madri sufficientemente adeguate.

Molte donne non si trascurano perché non amino abbastanza se stesse o i propri figli, ma perché si sentono sole, molte lo sono di fatto, perché il carico familiare non è distribuito, perché non hanno tempo, sostegno o risorse sufficienti.

La cura di una madre non dovrebbe dipendere soltanto dalla sua capacità di resistere: le mamme sono esseri umani e le risorse non sono infinite. È di fondamentale importanza essere sostenuta anche dagli altri adulti, dalla famiglia e dal contesto nel quale vive.

Chiedere aiuto non vuol dire essere “meno madre” o una “madre debole”, anzi. Chiedere aiuto significa riconoscere la propria natura umana (ebbene sì, le supereroine non esistono) ed avere a cuore il proprio benessere mentale e quello dei propri figli. Chiedere aiuto è un atto di responsabilità e di amore.

Restituiamo a ciascuno il proprio posto

Può accadere di accorgersi che un figlio ha già iniziato a preoccuparsi troppo per noi. Ma non è troppo tardi, possiamo ringraziarlo per la sua sensibilità senza alimentare la sua responsabilità:

«Mi fa tenerezza che tu voglia aiutarmi, ma non devi occuparti di me. Ci sono altri adulti ai quali posso chiedere aiuto, se ne ho bisogno. Tu puoi andare a giocare».

Possiamo chiedergli scusa se lo abbiamo coinvolto in preoccupazioni troppo grandi, ricordargli che i nostri problemi non dipendono da lui e mostrargli concretamente che stiamo cercando sostegno.

Un genitore sufficientemente buono non è un genitore che non crolla mai. I super eroi non esistono, per fortuna. Un bravo genitore, quando cade, non chiede al proprio figlio di sorreggerlo. E se qualche volta lo ha fatto anche non volendo, è capace di riconoscerlo e di ristabilire la giusta direzione della cura.

C’è sempre tempo per cambiare. Il nostro cervello cambia di continuo e quello dei bambini ancor più.

Prendersi cura di sé non vuol dire allontanarsi dai propri figli, ma dir loro, attraverso parole ed azioni, che non spetta a loro tenerci in piedi, che possono amarci senza doverci salvare.

Che gli adulti si occupano degli adulti, se necessario, che gli adulti si occupano dei bambini, mentre i bambini devono solo occuparsi di giocare e crescere.


Dott.ssa Lisa Colasuonno
Psicoterapeuta · EMDR Practitioner